Triangoli, corpi esclusi e il ritorno delle parole che conosciamo già

C’è una parola che ritorna ogni anno, puntuale, il 27 gennaio: memoria.
È una parola che ci rassicura. Ci permette di collocare il male nel passato, in un luogo chiuso, delimitato, archiviabile.

La memoria, così intesa, diventa una forma di distanza.
Un modo elegante per dire: non riguarda più noi.

Ma la memoria, se vuole avere un senso, dovrebbe funzionare al contrario.
Dovrebbe essere un esercizio di lucidità sul presente, non una cerimonia del passato.

I triangoli: quando il potere semplifica i corpi

Nei campi di concentramento nazisti le persone non avevano nomi.
Avevano simboli.

Il triangolo giallo per gli ebrei.
Il triangolo rosa per gli omosessuali.
Il triangolo nero per chi veniva definito “asociale”: rom, persone con disabilità, prostitute, donne non conformi, soggettività considerate improduttive, instabili, pericolose.

Il meccanismo era di una semplicità disarmante:
prima si nomina, poi si classifica, poi si separa.
Infine si decide chi merita di esistere e chi no.

Il potere, quando vuole eliminare, non parte mai dalla violenza.
Parte dalla semplificazione.

Riduce la complessità a categoria.
Trasforma la persona in problema.

La memoria selettiva

Per molto tempo, nella narrazione pubblica della Shoah, alcune vittime sono state più visibili di altre.
Non tutte. Non nello stesso modo.

Gli omosessuali deportati non sono stati riconosciuti subito come vittime del nazismo.
In molti Paesi europei, dopo la liberazione, sono tornati in carcere. Le stesse leggi che li avevano resi criminali erano ancora in vigore.

È un dato che disturba:
si può uscire da un regime totalitario senza uscire davvero dalla sua cultura.

La memoria non è mai neutra.
È sempre una scelta.
Decidiamo cosa ricordare. E cosa lasciare ai margini.

A cosa serve davvero la Giornata della Memoria

Serve a una cosa semplice e difficile:
impedire che il passato diventi innocuo.

Perché i totalitarismi non iniziano mai con i campi di sterminio.
Iniziano con il linguaggio.
Con le parole che separano.
Con le categorie che spiegano chi è normale e chi no.

La memoria serve a riconoscere questi segnali quando ricompaiono, non quando sono già diventati sistema.

Italia, oggi: una questione di clima

Non viviamo in una dittatura.
Ma viviamo in un clima.

Un clima fatto di parole ricorrenti:

  • “famiglia naturale”
  • “ideologia gender”
  • “lobby LGBT”
  • “difesa dei valori tradizionali”

Parole che sembrano moderate, ragionevoli, persino prudenti.
Ma che costruiscono un campo semantico preciso:
c’è chi appartiene e chi disturba.
Chi è normale e chi deve essere spiegato.
Chi è legittimo e chi è tollerato.

La tolleranza, in politica, è sempre una forma gentile di disuguaglianza.

I fatti, non le intenzioni

Nel 2023 il governo italiano ha chiesto ai sindaci di smettere di trascrivere gli atti di nascita dei figli delle coppie lesbiche.
Bambini già esistenti sono diventati improvvisamente figli giuridicamente incompleti.

Nel 2021 una legge contro l’omotransfobia è stata bloccata in Parlamento.
Non per un problema tecnico. Ma per una scelta politica.

Nelle scuole si attaccano i percorsi di educazione alle differenze.
Si parla di “pericolo”, di “indottrinamento”, di “confusione”.

Non sono episodi isolati.
Sono frammenti coerenti di una stessa logica.

Il fascismo non ritorna. Si trasforma.

Il fascismo storico usava il manganello.
Quello contemporaneo usa l’amministrazione.

Non confina.
Esclude.

Non deporta.
Sottrae diritti.

Non reprime apertamente.
Normalizza l’idea che alcune vite siano un problema da gestire.

Il meccanismo è più sottile.
Ma non meno efficace.

IeriOggi
DevianzaIdentità problematiche
Ordine moraleDifesa dei valori
Controllo dei corpiControllo giuridico
CensuraSmantellamento educativo

Non è la stessa storia.
Ma è la stessa grammatica del potere.

La memoria come forma di resistenza

Fare memoria oggi significa una cosa precisa:
rifiutare la normalizzazione dell’esclusione.

Significa ricordare che:

  • i triangoli non nascono nei campi
  • nascono nel linguaggio
  • nelle leggi “tecniche”
  • nelle battute tollerate
  • nelle categorie amministrative

La memoria serve a questo:
a riconoscere quando una società comincia di nuovo a dire che alcune vite sono meno reali.

La Giornata della Memoria non serve a piangere il passato.
Serve a difendere il presente.

Serve a ricordare che il fascismo non è un evento storico.
È una possibilità culturale sempre aperta.

Ogni volta che una persona viene esclusa in nome dell’ordine,
ogni volta che un corpo viene definito “sbagliato”,
ogni volta che una famiglia viene considerata meno vera,

qualcuno sta cucendo un triangolo.
Non sulla stoffa.
Ma sul linguaggio.

Ed è sempre da lì che tutto ricomincia.

Note e fonti
  1. Richard Plant, The Pink Triangle: The Nazi War Against Homosexuals, Henry Holt, 1986.
  2. Klaus Müller, The Pink Triangle, Alyson Books, 1994.
  3. Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza.
  4. Didier Eribon, Ritorno a Reims, Feltrinelli, 2010.
  5. Judith Butler, Vite precarie, Meltemi, 2004.
  6. Lorenzo Bernini, Le teorie queer, Mimesis, 2017.
  7. ISTAT, Discriminazioni e violenze contro le persone LGBT+ in Italia, 2022.
  8. ILGA-Europe, Annual Review of the Human Rights Situation of LGBTI People in Europe, 2023.
  9. Amnesty International Italia, Rapporto sui diritti umani, 2023.
  10. Senato della Repubblica Italiana, Atti parlamentari sul DDL Zan (2021).

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