Domenica 31 maggio 2026, la newsletter di Gay.it fotografa una stagione dei Pride italiana attraversata da tensioni profonde. Non una crisi del Pride in sé, ma forse qualcosa di più complesso: una crisi del modo in cui la comunità LGBTQIA+ riesce, o non riesce più, a riconoscersi come spazio comune.
La mappa raccontata è frammentata. Napoli con due cortei e due visioni che sembrano non parlarsi. Roma attraversata dalle polemiche sull’esclusione del carro dell’associazione ebraica LGBTQIA+ Keshet. I Gay Conservatori Liberali in conflitto con il Mario Mieli e con buona parte dell’area più a sinistra. La Calabria ancora senza Pride. Le marce trans e queer che rivendicano spazi politici autonomi. Il decreto sicurezza che non vieta esplicitamente i Pride, ma introduce strumenti capaci di produrre timore, autocensura e prudenza preventiva.
Tutto questo pone una domanda scomoda: il Pride oggi è ancora uno spazio di liberazione collettiva o sta diventando anche il luogo in cui esplodono le fratture interne della comunità?
Non è una domanda semplice. E forse non può avere una risposta univoca. Perché il mondo LGBTQIA+ non è mai stato un blocco compatto, né dovrebbe esserlo. Dentro quell’acronimo convivono storie, corpi, identità, generazioni, appartenenze politiche, ferite e priorità differenti. La pluralità è la sua ricchezza. Ma quando la pluralità smette di essere confronto e diventa sospetto permanente, allora qualcosa si incrina.
Porto anche una mia esperienza personale. Per un periodo mi sono occupato della comunicazione e della parte social all’interno di un’associazione. È stata un’esperienza importante, ma anche profondamente deludente. Ho visto da vicino quanto possano essere difficili le dinamiche interne a un gruppo che nasce per includere. Anime diverse, pensieri diversi, sensibilità diverse, appartenenze politiche diverse: tutto legittimo, certo. Ma spesso queste differenze, invece di diventare forza, si trasformano in frattura.
Ho assistito a discussioni lunghissime su un colore, su una parola, su una frase formulata in un modo piuttosto che in un altro. Discussioni talvolta necessarie, perché il linguaggio conta. Ma il problema nasce quando la cura della forma diventa più importante della capacità di affrontare i temi reali. Quando ci si perde nel dettaglio e si smette di guardare il quadro generale.
Penso, ad esempio, al referendum sulla giustizia. Un tema apparentemente non centrale per il mondo LGBTQIA+ e, proprio per questo, forse ancora più meritevole di confronto. Perché i diritti non vivono in compartimenti stagni. La giustizia, le garanzie, il rapporto tra cittadino e Stato, la libertà individuale, il potere punitivo, sono questioni che riguardano tutte le persone e, in modo particolare, le comunità che hanno conosciuto discriminazione, esclusione e percorsi di rivendicazione dei propri diritti. Eppure, su quel tema, non si è riusciti nemmeno ad aprire una discussione vera. Nessuna posizione, ma soprattutto nessun confronto.
Il paradosso più doloroso, però, è arrivato dopo. In associazione ho sentito parlare tante volte di ascolto, cura, confronto, comprensione, appartenenza, fratellanza. Eppure, quando ho lasciato, quasi nessuno ha chiesto come stessi. Nessuno, salvo una persona, ha mandato un messaggio, ha cercato un confronto, ha fatto sentire una presenza.
Ed è lì che la retorica comunitaria mostra la sua fragilità. Perché una comunità non si misura solo nei comunicati, nei post, nelle assemblee o negli slogan. Si misura anche nella capacità di accorgersi quando una persona si allontana. Di non trasformarla immediatamente in un’assenza amministrativa, in un nome da togliere da una chat, in un numero da cancellare dalla rubrica.
Nel mio immaginario, le comunità che condividono percorsi di discriminazione, di ricerca del riconoscimento e di affermazione dei propri diritti dovrebbero fare gruppo. Non nel senso di annullare le differenze, ma nel senso di riconoscere che quelle differenze sono la ragione stessa della nostra forza. L’acronimo LGBTQIA+ viene spesso criticato da chi lo considera troppo lungo, troppo complicato, troppo frammentato. Ma proprio quella complessità dovrebbe ricordarci che nessuna identità basta da sola, che nessuna lettera può pensarsi più importante delle altre, che nessuna battaglia si salva se perde il senso della relazione.
Il Pride nasce anche da questo: dal bisogno di rendersi visibili insieme. Non uguali, ma alleati. Non identici, ma solidali. Non sempre d’accordo, ma capaci di riconoscere nell’altra persona un valore prima ancora che una posizione politica.
Forse la stagione dei Pride 2026 ci obbliga a guardare proprio questo. Non solo contro chi dobbiamo lottare, ma come stiamo insieme mentre lottiamo. Non solo quali diritti rivendichiamo, ma quali pratiche quotidiane mettiamo in campo per non riprodurre, dentro le nostre stesse comunità, esclusione, freddezza, gerarchia, indifferenza.
Perché una comunità LGBTQIA+ che chiede ascolto al mondo esterno deve saper praticare ascolto anche al proprio interno. Una comunità che rivendica cura deve saper curare anche le sue relazioni. Una comunità che parla di fratellanza, sorellanza e alleanza deve ricordarsi che le persone non sono funzioni, ruoli, incarichi o competenze da utilizzare finché servono.
Sono persone.
E il valore di una persona dovrebbe costituire la forza del gruppo. Non diventare un dettaglio sacrificabile.
Il Pride resta necessario. Oggi forse più che mai. Ma non basta sfilare. Bisogna domandarsi per cosa si sfila, con chi si sfila e soprattutto che cosa resta, quando il corteo finisce, delle parole che abbiamo portato in piazza.
Perché la visibilità senza relazione rischia di diventare scena. La militanza senza cura rischia di diventare apparato. E una comunità che dimentica le persone rischia di perdere proprio ciò che dice di voler difendere.

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