A Istanbul, sette donne trans sono state arrestate. Non perché abbiano infranto una legge, ma perché esistono. Camminavano per strada, in quella Tarlabaşı che da sempre sopravvive più che vive, e sono diventate colpevoli di respirare.

Le hanno spinte, insultate, una di loro ha il naso rotto. Non ci sono accuse formali, solo corpi che non rientrano nella forma prevista dallo Stato.

È la normalità dell’orrore, e lo chiamano ordine pubblico.

In Turchia, la vita delle persone trans si svolge in un limbo giuridico: dal 1988 si può cambiare legalmente genere, ma non esiste una sola legge che protegga davvero dalla discriminazione.

Un diritto scritto senza tutela è una promessa spezzata. È come dire “ti riconosco” e poi chiuderti la porta in faccia.

Secondo il Williams Institute dell’UCLA, il 65 % dei cittadini turchi crede che lo Stato debba difendere le persone transgender.

Ma lo Stato sceglie di non ascoltare, anzi di colpire. È la vecchia strategia: trasformare la differenza in pericolo, così la paura diventa consenso.

Mentre quelle sette donne venivano picchiate in un commissariato, il governo di Erdoğan preparava un nuovo pacchetto di riforme:

fino a 3 anni di carcere per chi “promuove comportamenti contrari al sesso biologico”.

L’età minima per la riassegnazione di genere da 18 a 25 anni. E chi osa scegliere per sé rischia fino a 7 anni di prigione.

Non è giustizia: è un atto di proprietà. Lo Stato che pretende di possedere i corpi, di amministrare la libertà, di definire la realtà.

È così che la violenza diventa legge, e la legge violenza.

Ogni giugno, durante il Pride di Istanbul, la polizia carica, arresta, disperde.

Lo documentano Human Rights Watch, Amnesty International, Reuters.

La Turchia oggi è 47ª su 49 Paesi europei per tutela dei diritti LGBTQIA+, secondo l’indice ILGA-Europe.

Una classifica non è un grido, ma basta leggerla per capire chi resta senza voce.

Chi vive in Tarlabaşı lo sa: basta un passo di troppo, una risata fuori posto, un abito che non si piega al genere assegnato — e la strada si fa tribunale.

Erdoğan ha proclamato il 2024 “Anno della Famiglia”, ma la famiglia che immagina è una gabbia: una struttura chiusa, maschio al comando, donna custode, diversità bandita.

Un’operazione retorica perfetta: la morale come anestesia, la religione come paravento, la paura come collante sociale.

Così si governa un popolo: si indicano i corpi sbagliati e si lascia che il resto applauda.

(AP News, giugno 2024)

Ogni volta che un governo costruisce la propria forza sul corpo degli altri, qualcuno dall’altra parte del mare sceglie di tacere.

Le diplomazie occidentali continuano a parlare di “alleanza strategica”, mai di torture.

Si indignano a giorni alterni, ma le forniture militari non si fermano.

E così la violenza diventa geopolitica, e la sofferenza materia di scambio.

Non possiamo dire “lontano”. Perché lontano è sempre il nome che diamo alle cose che non vogliamo vedere.

E invece questa violenza ci riguarda: perché ogni volta che qualcuno viene picchiato “solo perché esiste”, quella ferita si apre anche qui,

tra le nostre strade dove ancora si discute se insegnare educazione affettiva ai bambini o se chiamare “famiglia” due madri.

Quando un corpo viene dichiarato indegno, tutti i corpi tremano.

Le donne trans di Istanbul non chiedono pietà, ma visibilità.

Non vogliono essere compatite, ma riconosciute.

Camminano nonostante la paura, e in questo c’è tutta la forza del mondo: il coraggio di chi non ha più nulla da perdere se non la propria voce.

Forse è questo che li spaventa.

Che continuino a esistere, nonostante tutto.

Che esistano ancora. Che esistano così.

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Fonti principali: Gay.it, Human Rights Watch (2022), Amnesty International (2023), AP News (2024), Reuters (2024), ILGA-Europe Rainbow Index (2024), Williams Institute – UCLA (2020), Equaldex (2025).

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