Per comprendere la portata dell’offensiva anti LGBTQIA+ in Italia occorre partire dalla composizione del fronte che oggi la sostiene: un’alleanza non ufficiale ma operativa tra partito politico, associazioni culturali militanti e figure pubbliche che si prestano a incarnare un modello identitario conservatore.

La Lega, già dagli anni della leadership di Matteo Salvini, ha fatto della “famiglia tradizionale” un pilastro ideologico e comunicativo. Questa famiglia viene descritta come un’istituzione naturale, immutabile, sacra. Eppure, come sappiamo dalle più elementari ricerche storiche e antropologiche, la famiglia è un concetto sociale mutevole, che varia nel tempo e nelle culture. Affermare che esista un solo modello, universale e obbligatorio, significa ignorare secoli di evoluzione.

La contraddizione è evidente: chi si presenta come difensore della “tradizione” costruisce in realtà una tradizione inventata, un mito funzionale a delegittimare tutto ciò che non rientra in uno schema eteronormativo rigido.

A questa cornice ideologica si aggiunge l’azione di Pro Vita e Famiglia, che negli anni ha trasformato la propria presenza pubblica in un perno culturale della destra ultraconservatrice. L’associazione, pur sostenendo di occuparsi di “tutela della vita”, concentra un’enorme quantità di energie nella lotta contro le persone LGBTQIA+, contro l’educazione inclusiva nelle scuole e contro la maternità surrogata. Il suo linguaggio ricalca i toni delle campagne moraliste degli anni Settanta e Ottanta, ignorando quasi del tutto il dibattito scientifico contemporaneo, fatto di dati, ricerche e complessità.

In questo contesto si inserisce Roberto Vannacci, figura che la Lega ha adottato come simbolo della nuova identità nazionale, virile, intransigente. Vannacci non parla come un politico tradizionale, bensì come un “uomo della verità contro il politicamente corretto”, retorica efficace per attirare consensi, ma pericolosa perché crea un clima in cui la provocazione diventa normalizzazione dell’odio.

Perché è pericoloso questo intreccio

Non siamo davanti a opinioni personali espresse in libertà. Siamo davanti a:

  • una macchina comunicativa,
  • un’operazione culturale,
  • un progetto politico.

Non si tratta di difendere valori, ma di costruire un nemico interno, una categoria di persone da accusare di indebolire la nazione, minacciare le scuole, sovvertire l’ordine sociale. Ogni regime identitario del Novecento è nato così: attraverso l’isolamento simbolico di una minoranza e la sua trasformazione in capro espiatorio.

Le dichiarazioni di Vannacci: tra antiscienza, manipolazione della realtà e costruzione di un nemico culturale

Uno dei passaggi più inquietanti dell’ascesa pubblica di Vannacci riguarda le sue dichiarazioni sull’orientamento sessuale. L’ex generale ha affermato che:

  • l’omosessualità non è innata,
  • ma sarebbe una scelta,
  • e che l’omofobia sarebbe una “patologia”,
  • dunque chi discrimina non sarebbe omofobo, se non prova “odio”.

Queste affermazioni non sono eccentricità folcloristiche. Sono tesi costruite per ribaltare la realtà sociologica, scientifica e giuridica.

La comunità scientifica internazionale afferma da più di trent’anni, in modo unanime, che l’orientamento sessuale non è una scelta e non può essere modificato volontariamente. Le ricostruzioni di Vannacci ignorano completamente le evidenze mediche, psicologiche e neuroscientifiche.

Perché dunque affermarle? Perché se l’orientamento sessuale è una scelta, allora è discutibile, condannabile, modificabile. Se invece è una caratteristica umana innata, ogni forma di discriminazione diventa evidentemente illegittima.

Vannacci però non si ferma qui. Aggiunge il secondo tassello: chi critica le persone LGBTQIA+ non sarebbe omofobo, a meno che non provi “odio irrazionale”. Ma la discriminazione non ha bisogno di odio per esistere. Ha bisogno di:

  • norme che escludono,
  • parole che stigmatizzano,
  • clima sociale ostile.

Ridurre l’omofobia alla “furia irrazionale” significa di fatto assolvere qualsiasi pregiudizio, purché espresso con calma e sorriso.

È un trucco retorico. E funziona.

Perché queste dichiarazioni non sono solo sbagliate ma pericolose

Perché inducono il pubblico a credere che:

  • i diritti LGBTQIA+ minaccino la società,
  • la scienza mente,
  • chi discrimina lo fa per “buon senso”,
  • la vittima è in realtà aggressore.

È un ribaltamento simbolico che ricorda le tecniche comunicative utilizzate in molti contesti autoritari: ridefinire il linguaggio per ridefinire la realtà.

La strategia di Lega e Pro Vita e Famiglia: selezionare chi merita diritti e chi ne può essere privato

Lega e Pro Vita e Famiglia operano su due livelli complementari.

Livello politico.

La Lega propone iniziative legislative che:

  • incentivano economicamente solo le famiglie etero e cisgenere,
  • mettono in discussione diritti acquisiti come le unioni civili,
  • ostacolano il riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali,
  • attaccano l’educazione alle differenze nelle scuole.

Queste non sono scelte neutre. Sono meccanismi di ingegneria sociale: stabilire quali famiglie valgono e quali no, chi può accedere alla piena cittadinanza e chi deve accontentarsi di una cittadinanza ridotta.

Livello culturale.

Pro Vita e Famiglia diffonde un linguaggio studiato per produrre allarme.
Parla di:

  • “colonizzazione ideologica nelle scuole”,
  • “propaganda gender”,
  • “mercificazione dei bambini”.

Questi slogan non descrivono fenomeni reali. Sono costruiti per suscitare paura e permettere al pubblico di accettare limitazioni della libertà altrui in cambio della sensazione di essere protetti.

L’obiettivo comune

Creare una divisione tra persone “normali” e persone “alterate”, tra famiglie “naturali” e famiglie “improprie”, tra identità “accettabili” e identità “tollerate”.

La storia ci insegna che ogni volta che una società accetta questa logica, la persecuzione non è lontana. La persecuzione non inizia con la violenza, ma con la classificazione.

Normalizzare l’odio: come si passa dalle parole alle aggressioni

Le parole non sono innocue. Creano categorie, creano distanze, legittimano comportamenti.
Ogni volta che un politico sostiene che una minoranza “esagera”, “ostenta”, “provoca”, sta lanciando un messaggio preciso: “Se qualcuno la attacca, una ragione c’è”.

Le statistiche sulle aggressioni omotransfobiche in Italia mostrano un aumento dopo ogni ondata di polemiche politiche. Questo non significa che i politici incitino direttamente alla violenza, ma significa che creano il contesto in cui la violenza diventa pensabile.

La discriminazione non ha bisogno di un ordine esplicito. Ha bisogno di:

  • parole ripetute,
  • narrazioni tossiche,
  • figure simboliche che legittimano il pregiudizio.

La politica ha una responsabilità enorme nella costruzione del clima sociale. E oggi quel clima è, per molte persone LGBTQIA+, sempre più pesante.

Conclusione: non è una guerra di valori, è una guerra contro le persone

Lega, Pro Vita e Famiglia e Vannacci non conducono una battaglia culturale per difendere la tradizione. Conducono una battaglia politica per definire chi merita la piena cittadinanza e chi deve essere ricacciato ai margini.

La narrativa che propongono non ha basi scientifiche, né storiche, né giuridiche.
È una narrativa fatta di:

  • paure infondate,
  • informazioni distorte,
  • contrapposizioni artificiali.

Il suo effetto è però reale.
Genera:

  • insicurezza,
  • isolamento,
  • sofferenza,
  • aggressività sociale.

Una democrazia non si misura dalla sua maggioranza, ma da come tratta le sue minoranze. E oggi in Italia si sta costruendo un clima che chi scrive ritiene profondamente allarmante.

Rendere visibile questa costruzione culturale non è attacco politico, è difesa civile.

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Gay tra Arte e Storia racconta la cultura queer tra passato e presente. Opere, icone e racconti di eventi e fatti per dare voce alla diversità nel tempo e nello spazio.

~ Beppe Negavino