Ogni anno, il 1° dicembre, torniamo a parlare di HIV e AIDS. Ma relegare questa conversazione a un solo giorno significa dimenticare che la memoria è uno strumento di prevenzione , e che la conoscenza scientifica, se condivisa ogni giorno, può azzerare lo stigma così come oggi le terapie antiretrovirali azzerano il virus.
Le immagini che accompagnano questa riflessione non sono semplici fotografie: sono documenti storici.
E raccontano, meglio di qualunque dato, cosa abbia significato vivere, e morire, durante la crisi dell’AIDS.
Gideon Mendel e la fotografia come testimonianza

Due delle immagini proposte appartengono al lavoro di Gideon Mendel , uno dei fotografi che più profondamente hanno documentato la crisi dell’AIDS. Nel 1993 Mendel realizzò The Ward , un progetto intimo e coraggioso ambientato nei reparti dell’Middlesex Hospital di Londra dedicato alle persone con HIV/AIDS.
Il suo obiettivo non era mostrare la malattia in senso clinico, ma l’umanità intera di chi ne era colpita: l’amore, l’intimità, la cura, la paura, la dignità.
Nei suoi scatti — come in quello dell’uomo sdraiato sul letto mentre il partner lo abbraccia e lo bacia — emerge una verità semplice ma rivoluzionaria per l’epoca: anche nel pieno dell’epidemia, l’amore non aveva paura del contatto .
In quegli anni, in cui il pregiudizio isolava e disumanizzava, Mendel restituiva volti e storie, rifiutando la narrativa della “peste gay” e mostrando invece l’esatto opposto: la forza della comunità, degli affetti, del prendersi cura dell’uno dell’altro.
Il bacio come atto politico

La seconda fotografia, un bacio tra due persone in un contesto pubblico, l’immunologo Fernando Aiuti e la paziente Rosaria Iardino, appartiene alla grande tradizione iconografica sulla lotta allo stigma.
Non è necessario identificarne i protagonisti per coglierne il significato: negli anni Ottanta e Novanta, quando saliva il panico sulla “trasmissibilità” anche attraverso gesti quotidiani, baciarsi diventava un atto di resistenza .
Era un modo per dire:
- che l’HIV non si trasmette attraverso un bacio,
- che il contatto umano non è pericoloso,
- che la paura non può governare la vita.
Quel bacio è memoria di una battaglia per la verità scientifica e per la dignità.
La fotografia della perdita e della famiglia

La terza immagine proviene dal lavoro della fotografa Therese Frare , nota per aver documentato i malati di AIDS negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’90.
La scena — una persona allo stadio avanzato della malattia, circondata dalla propria famiglia, è un simbolo potente della sofferenza ma anche della solidarietà che attraversò molte comunità.
Questa immagine rappresenta tutte le persone morte senza cura efficace, quando l’AIDS era un destino quasi inevitabile.
Ma rappresenta anche l’amore dei genitori, dei fratelli, dei figli che hanno accompagnato i propri cari fino all’ultimo, spesso combattendo contro discriminazioni e isolamento sociale.
È un’immagine che non lascia indifferenti, perché racconta la parte più dura della storia: quella che oggi la scienza ci permette di evitare.
Dalla memoria alla scienza: ciò che oggi sappiamo
Oggi, grazie alle terapie antiretrovirali:
- una persona affetta da HIV può vivere una vita lunga e piena,
- può raggiungere una carica virale non rilevabile,
- e quindi non trasmettere il virus (U=U – Undetectable = Untransmittable ).
Questa verità scientifica ha rivoluzionato il mondo, ma non ha ancora sconfitto lo stigma .
Ed è per questo che dobbiamo continuare a parlare di HIV ogni giorno , non solo quando lo ricorda il calendario.
Parlarne serve:
- promuovere la prevenzione, dalla PrEP alla PEP;
- combattere la disinformazione;
- difendere chi vive con l’HIV da discriminazioni ancora oggi molto diffuse;
- onorare la memoria di chi non ha avuto accesso alle cure.
Perché ricordare?
Le immagini di Mendel e Frare non appartengono solo al passato: ci parlano del presente.
Ci ricordano ciò che accade quando la paura supera la scienza, quando il pregiudizio prende il posto della cura, quando la società decide chi merita amore e chi no.
Ricordare non è un esercizio di nostalgia:
è un atto politico, un impegno verso il futuro, un modo per assicurarsi che quella tragedia non ritorni mai più.
Perché la lotta all’AIDS non è finita.
Ma oggi abbiamo gli strumenti, scientifici, culturali, sociali, per vincerla.
Parlandone. Ogni giorno.

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