La realtà carceraria italiana è uno degli spazi sociali dove più chiaramente emergono fragilità strutturali, asimmetrie di potere e mancanze normative. Tra le vite meno raccontate all’interno degli istituti di pena ci sono quelle delle persone LGBTQIA+: soggettività che, in un contesto fortemente regolato e al tempo stesso privo di tutele specifiche, si trovano spesso a dover gestire non solo la detenzione, ma anche un sistema che fatica a riconoscere identità, orientamenti ed espressioni di genere non conformi.
Parlare della condizione delle persone LGBTQIA+ detenutə significa interrogare la capacità del nostro Paese di garantire diritti minimi e dignità anche nei luoghi dove la vulnerabilità è più alta. È un tema che richiede attenzione, chiarezza e strumenti di comprensione accessibili.
Una sessualità non riconosciuta
La normativa penitenziaria italiana non contempla il diritto all’affettività né quello alla sessualità. Le conseguenze sono immediate e tangibili:
- non esistono colloqui intimi per nessuna coppia, inclusi i partner dello stesso sesso;
- non sono previste stanze o spazi per la relazione affettiva;
- le relazioni queer non hanno alcun riconoscimento formale;
- mancano linee guida nazionali per la tutela delle persone LGBTQIA+.
In assenza di norme chiare, tutto ciò che riguarda relazioni, intimità e identità di genere viene affidato a interpretazioni locali, iniziative occasionali o alla sensibilità del personale. Questa assenza di regolamentazione produce situazioni disomogenee e spesso poco sicure.
Le gerarchie informali della vita detentiva
Le sezioni carcerarie funzionano attraverso gerarchie informali basate su modelli culturali rigidi, spesso centrati su una maschilità egemonica. In tale contesto, le identità LGBTQIA+ vengono facilmente posizionate in aree marginali della dinamica sociale interna.
Espressioni di genere non conformi, età giovane, mancanza di reti interne o semplicemente la percezione di “diversità” possono diventare fattori di rischio. Le conseguenze variano da esclusione e derisione fino a forme di violenza fisica o psicologica.
Molte persone LGBTQIA+ sviluppano strategie di sopravvivenza basate sull’autocontrollo costante:
- evitare riferimenti alla propria vita privata;
- modificare voce, gestualità o comportamenti;
- mantenere un profilo il più possibile neutro;
- rinunciare all’espressione spontanea della propria identità.
Queste strategie, pur essendo misure di protezione quotidiana, rappresentano un costo psicologico significativo.
Le aree protette: protezione o isolamento
Gli istituti di pena spesso collocano personə ritenutə vulnerabili in reparti denominati “aree protette”.
Si tratta di spazi separati dalla sezione ordinaria, pensati per ridurre i rischi di aggressione.
I vantaggi principali sono:
- maggiore controllo del personale;
- ridotta esposizione a violenze dirette.
Tuttavia, le criticità sono rilevanti:
- accesso limitato ad attività formative e lavorative;
- minore socialità;
- stigmatizzazione da parte di altrə detenutə;
- sensazione di sospensione e marginalizzazione.
La protezione, pur necessaria in alcuni casi, assume così la forma di un isolamento strutturale. La persona si ritrova in una condizione di sicurezza fisica, ma di povertà relazionale e di opportunità.
Le persone trans: vulnerabilità strutturale
Le persone trans rappresentano la categoria più esposta all’interno delle carceri italiane. La loro condizione rivela la mancanza di linee guida nazionali sulla collocazione, sulla tutela e sulla continuità terapeutica.
Collocazione
Non esiste un criterio uniforme. Una donna trans può essere:
- inserita in una sezione femminile;
- collocata in una sezione maschile, con rischi elevatissimi;
- assegnata a reparti specifici, presenti solo in alcuni istituti.
La collocazione in reparti maschili espone a un’immediata vulnerabilità, sia sul piano fisico che su quello psicologico.
Terapia ormonale
La continuità della terapia ormonale non è garantita in modo uniforme. Ritardi, sospensioni o trattamenti inadeguati possono compromettere salute e benessere. Il personale sanitario, non sempre formato sulle identità trans, può non riconoscere la terapia ormonale come trattamento essenziale.
Rispetto dell’identità
Le questioni più delicate emergono nelle pratiche quotidiane:
- perquisizioni eseguite da personale non conforme all’identità;
- uso del nome anagrafico al posto del nome scelto;
- misgendering normalizzato;
- scarsa attenzione alla privacy.
Queste situazioni generano un clima di costante tensione e di perdita di dignità.
Prevenzione e salute: un vuoto da colmare
Negli istituti italiani la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili è insufficiente. La sessualità, non essendo normata, viene rimossa anche dalle politiche di salute pubblica interne.
Le criticità includono:
- distribuzione irregolare o non dichiarata di preservativi;
- mancanza di materiale informativo;
- assenza di programmi di educazione alla salute;
- difficoltà a richiedere strumenti di prevenzione senza subire stigma.
Il risultato è un sistema che non tutela la salute delle persone detenute e che alimenta rischi evitabili.
Un breve sguardo oltre l’Italia
In diversi Paesi europei — come Spagna, Francia, Germania e Portogallo — esistono norme più avanzate riguardo:
- colloqui intimi per tutte le coppie, incluse quelle queer;
- protocolli specifici per persone trans;
- formazione del personale;
- prevenzione strutturata.
L’Italia si colloca in una posizione intermedia: non presenta le criticità più estreme osservabili altrove, ma è lontana dalle buone pratiche che caratterizzano i sistemi più evoluti.
Testimonianza: “Dentro respiravo a metà”
Domenico (nome di fantasia), 34 anni, ex detenutə in un istituto del Centro Italia, racconta la propria esperienza.
«Quando sono entratə, ho capito subito che non avrei potuto essere me stessə. La mia identità era immediatamente una questione di sicurezza. Non potevo permettermi dichiarazioni, confidenze, gesti spontanei.»
Le prime settimane sono segnate dalla cautela:
«Ogni movimento era controllato: la voce, i gesti, persino il modo di camminare. Era una dimensione di costante vigilanza.»
Il trasferimento in area protetta arriva dopo pressioni informali:
«In protetta non subisci violenza diretta, ma perdi la possibilità di vivere. È uno spazio sospeso, dove non sei più parte della sezione ma neppure pienamente tutelatə.»
Uscendo dal carcere, Domenico descrive un percorso graduale di riappropriazione di sé:
«La cosa più difficile è stata ricordarmi come si stava al mondo senza controllarmi. Il carcere ti insegna a limitare l’identità. La libertà, invece, chiede di ritrovarla.»
Perché tutto questo riguarda tuttə
La condizione delle persone LGBTQIA+ detenutə non è un tema marginale. È una questione di diritti, uguaglianza, salute pubblica e responsabilità collettiva.
Un sistema penitenziario che non riconosce la pluralità delle identità fallisce nella sua missione rieducativa e riprodurrà inevitabilmente le discriminazioni già presenti nella società.
Garantire dignità alle persone più vulnerabili significa rafforzare l’intero sistema dei diritti. E il carcere, proprio perché è uno dei luoghi dove il potere dello Stato è massimo, deve essere anche il luogo dove la tutela è più forte.
Bibliografia essenziale
Libri e saggi
- R. Kunzel, Criminal Intimacy.
- C. Hensley, Prison Sex: Practice and Policy.
- K. Bumiller, In an Abusive State.
- S. Dolovich, Sexual Vulnerability in Prisons.
- A. Balloni, Sociologia della devianza.
- A. Vittoria, Il carcere e i diritti.
Articoli e studi
- C. Sufrin, “Queer and Trans Prisoners”, Journal of Correctional Health Care.
- A. Brömdal, studi sulle politiche penitenziarie trans-inclusive in Europa.
- G. Masullo, ricerche su sessualità e controllo sociale negli istituti italiani.
Documenti e report
- Associazione Antigone, Rapporto annuale sulle condizioni di detenzione.
- Garante Nazionale Personə Detenutə, Relazioni annuali.
- UNODC, Handbook on Prisoners with Special Needs.
- CPT (Consiglio d’Europa), Rapporti di monitoraggio.
- ILGA-Europe, Rainbow Europe Index.

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