Roma, alba d’autunno. L’aria è sospesa, come trattenuta tra luce e fango. Un uomo cammina verso Ostia, con un quaderno nella tasca della giacca e un pensiero che non smette di ferirlo: l’amore, la colpa, la verità. E Pier Paolo Pasolini. È la sua ultima notte, eppure non c’è nulla di concluso. Il suo corpo sarà presto trovato nella sabbia, ma la sua voce continuerà a dire — con la potenza di una confessione — ciò che l’Italia non ha mai voluto ascoltare: che la diversità non è un errore, ma una forma di conoscenza.
Pasolini nasce nel 1922 in un’Italia in cui l’omosessualità non si nomina. L’amore tra uomini è un segreto da custodire dietro il linguaggio della vergogna. Nei diari giovanili, il desiderio è una forza cieca che lo travolge e lo spaventa. Scriverà: «Io non sono scandaloso: è il mondo che lo è». Una frase che contiene tutto il suo destino.
Nei primi anni friulani, tra le colline di Casarsa, la scoperta della poesia coincide con quella del corpo. È il tempo degli sguardi furtivi, dei contadini adolescenti, delle prime attrazioni maschili vissute come colpa e rivelazione. In questo contesto arcaico, dominato da una religione contadina e da un senso profondo del peccato, Pasolini trova nel dialetto friulano la lingua della purezza e del desiderio, la possibilità di dire ciò che in italiano — la lingua della madre e della legge — sarebbe indicibile. La poesia diventa rifugio e confessione, un altare privato dove l’eros e la fede si fondono.
Con la guerra e il dopoguerra arriva lo scandalo. Accusato di corruzione di minori e di atti osceni, Pasolini viene espulso dal Partito Comunista e costretto a lasciare il Friuli. È un trauma che lo segna per sempre: la società lo dichiara colpevole non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è. Da allora, la sua vita sarà una continua esposizione al giudizio, una crocifissione civile. Eppure, proprio in quella ferita nascerà la sua più grande forza: trasformare la vergogna in parola, la colpa in arte.
A Roma, negli anni ’50, trova il suo teatro naturale. Le borgate diventano il suo universo poetico e politico. In mezzo ai ragazzi del sottoproletariato, Pasolini ritrova il desiderio nella sua forma più pura e brutale. Scrive Ragazzi di vita e Una vita violenta , romanzi che restituiscono dignità ai corpi marginali, ai desideri taciuti, agli amori impossibili. Ma l’Italia benpensante lo accusa di immoralità. La Chiesa lo demonizza, i tribunali lo inseguono, la sinistra lo tollera a fatica.
Eppure, in quelle stesse pagine, la sua omosessualità diventa linguaggio universale: non più solo desiderio privato, ma metafora della diversità come condizione umana. In un’intervista del 1968 dichiarerà: «Io sono scandaloso non perché sono diverso, ma perché metto in scena la diversità». È il gesto politico del poeta: non nascondere il proprio corpo, ma offrirlo come specchio.
Negli anni ’60, con il cinema, Pasolini trasforma il desiderio in immagine. I volti dei giovani delle borgate diventano icone sacre. Il corpo maschile, filmato con lentezza e pietà, acquista una sacralità pagana. In Accattone e Mamma Roma , la carne è miseria e redenzione; in Il Vangelo secondo Matteo , il Cristo ha gli occhi dei ragazzi di strada. È un rovesciamento potente: l’eros diventa teologia, la santità assume il volto del desiderio.
Il suo cinema è un atto d’amore verso l’umano, ma anche un grido politico contro un’Italia che si finge moderna e resta moralista. In un Paese dove l’omosessualità è ancora considerata malattia, Pasolini osa mostrare la bellezza del corpo maschile senza vergogna. È un atto rivoluzionario, e lui non paga il prezzo.
Scrive: «La mia omosessualità non è una colpa, è una forma della mia verità». Ma quella verità non ha spazio nei giornali né nei salotti del potere. Così la porta sullo schermo, nei suoi film più estremi, dove il corpo diventa metafora della libertà negata.
Dietro la provocazione, c’è un dolore profondo. Pasolini vive l’amore come impossibilità. Le sue relazioni sono brevi, tormentate, spesso segnate dalla distanza sociale: lui, intellettuale, e loro, ragazzi delle borgate o delle strade. Nei suoi appunti, annota: «L’amore è per me sempre un’esperienza tragica, perché è il luogo dove scopro la mia diversità».
In un’Italia che lo riduce a mostro oa profeta, Pasolini resta solo. Ma quella solitudine diventa la sua forma di resistenza. È in essa che costruisce la sua idea di purezza, una purezza non morale ma poetica: la fedeltà alla propria diversità, anche a costo di pagarla con la vita.
Verso la fine degli anni ’60, mentre l’Italia entra nel tempo del consumo e della televisione, Pasolini sente che il vero scandalo non è più il sesso, ma la perdita dell’anima. L’omologazione di massa gli appare come una nuova forma di fascismo. Nei Scritti corsari e nelle Lettere luterane , denuncia il potere che corrompe la lingua e l’immaginario collettivo.
Scrive: «Io vedo la scomparsa delle lucciole» , e con quella metafora consegna al futuro la sua intuizione più tragica: la fine dell’innocenza. Le lucciole, per lui, sono i segni del diverso, del fragile, del marginale — tutto ciò che la società dei consumi cancella per costruire individui uguali e muti.
Nel suo sguardo, l’omosessualità non è più solo esperienza individuale, ma simbolo di resistenza. Il corpo desiderante diventa il luogo dell’eresia contro un mondo che impone il silenzio.
Negli anni Settanta Pasolini diventa sempre più isolato. La sua voce è ingombrante, fuori tempo, inascoltata. Le sue prese di posizione contro il conformismo borghese e contro la sinistra stessa lo rendono un corpo estraneo in ogni campo. Ma è proprio in questa solitudine che la sua omosessualità si fa linguaggio politico. Il suo essere “altro” non è più soltanto erotico o esistenziale: diventa testimonianza.
Scrive: «La mia diversità non è soltanto una diversità sessuale: è una diversità totale, che mi mette fuori da ogni appartenenza.»
Per Pasolini, l’amore omosessuale è un modo di guardare il mondo dal margine, di scoprire l’umanità nei luoghi dove la società rifiuta di guardare. Il ragazzo di vita e il Cristo, l’accattone e il poeta, sono la stessa figura: corpi esclusi ma pieni di grazia.
Quando nel 1974 pubblica Petrolio , romanzo incompiuto e visionario, Pasolini unisce per la prima volta eros, potere e politica in una sola architettura narrativa. Il corpoPetrolio , Pasolini sembra anticipare il nostro tempo: la pornografia come linguaggio del potere, la spettacolarizzazione del corpo come strumento di dominio.
Dietro la lucidità del profeta c’è un uomo sempre più fragile. Le lettere, gli articoli ei diari degli ultimi mesi rivelano una stanchezza profonda. Scrive: «Sono solo, come un cane randagio. Ma questa solitudine è la mia libertà.» È una libertà pagata con l’esclusione. Gli amici si allontanano, le istituzioni lo ignorano, l’opinione pubblica lo trasforma in bersaglio.
Eppure, Pasolini non arretra. Continua a scrivere, a filmare, a denunciare. Ogni parola è un atto politico. Nei Scritti corsari rivendica il diritto di scandalizzare, di mostrare la verità dietro le maschere del potere. «Io so i nomi dei responsabilità» , scrive nel suo celebre articolo del 1974, denunciando le connivenze tra politica, media e poteri occulti. È una voce che vibra ancora oggi, un grido che attraversa decenni di ipocrisia.
Il 2 novembre 1975, sulla spiaggia di Ostia, il suo corpo viene ritrovato massacrato. La morte di Pasolini è una ferita collettiva che l’Italia non ha mai sanato. Le inchieste, i depistaggi, le ipotesi complottiste non hanno cancellato la sensazione che quel delitto sia stato una punizione simbolica: l’eliminazione di chi aveva osato dire troppo, amare troppo, vedere troppo.
Ma il suo martirio laico ha generato una memoria che resiste. Pasolini non appartiene più soltanto alla letteratura o al cinema, ma alla storia morale del Paese. Il suo corpo martoriato diventa immagine di una verità che nessuna violenza può cancellare: quella dell’uomo che ha osato essere se stesso, in un mondo che gli chiedeva di tacere.
Oggi, a cinquant’anni dalla sua morte, la sua omosessualità non è più scandalo ma eredità. Ci parla di un tempo in cui amare significava sfidare la legge, e di un presente in cui la libertà sessuale è ancora campo di battaglia. Le sue parole risuonano come profezia di una modernità smarrita: «Siamo tutti in pericolo.»
Guardando al mondo LGBTQIA+ contemporaneo, Pasolini appare come una figura tragicamente attuale. Non perché rappresentano il modello del “gay visibile”, ma perché incarna il coraggio di non essere conforme. La sua omosessualità non fu mai riducibile a categoria: era un linguaggio di libertà, una ricerca spirituale. Se oggi parliamo di identità fluida, di autodeterminazione, di corpi liberi, lo dobbiamo anche a chi , come lui , ha saputo pagare il prezzo della verità.
La sua scrittura ci insegna che il desiderio è sempre politico. Che amare, per chi appartiene a una minoranza, è un atto di resistenza. E che la diversità non è un privilegio, ma una responsabilità.
Rileggere Pasolini oggi significa interrogare la nostra coscienza collettiva: abbiamo davvero imparato a convivere con la differenza, o ci limitiamo a tollerarla? La sua voce, ancora viva nei testi e nei film, ci obbliga a guardare il mondo senza veli, a scoprire la violenza nascosta dietro le parole della normalità.
Forse Pasolini non cercava redenzione, ma verità. E la verità, nel suo caso, era la nudità. La nudità del corpo, della parola, del pensiero. «Io non voglio essere capito, voglio essere creduto» , scriveva. Ed è forse questa la sua eredità più profonda: il diritto di essere creduti nella propria diversità.
Sulla spiaggia di Ostia, in quella notte di novembre, si è compiuto un sacrificio che non riguarda solo un uomo, ma un’idea di libertà. Da allora ogni volta che qualcuno viene giudicato per ciò che ama, Pasolini ritorna. Ogni volta che una voce queer viene messa a tacere, lui parla di nuovo.
Il suo sguardo ci accompagna come una domanda irrisolta: chi ha paura della verità del corpo?
Nel suo volto, nel suo destino, nel suo silenzio finale, c’è la risposta che ancora ci riguarda.
E forse, come scrisse lui stesso, «𝐒𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐢 𝐞̀ 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐬𝐜𝐚𝐧𝐝𝐚𝐥𝐨𝐬𝐨 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐮𝐫𝐨».
𝐍𝐨𝐭𝐞 𝐞 𝐛𝐢𝐛𝐥𝐢𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐚
Nico Naldini, Pasolini, una vita , Einaudi, Torino, 1989.
Enzo Siciliano, Vita di Pasolini , Rizzoli, Milano, 1978.
Barth David Schwartz, Pasolini Requiem , Random House, New York, 1992.
Walter Siti (a cura di), Tutte le poesie , Mondadori, Milano, 2003.
Giuseppe Zigaina, Pasolini e l’alba meridiana , Marsilio, Venezia, 1991.
Roberto Chiesi, Pasolini. Il corpo e la voce , Cineteca di Bologna, 2022.
Davide Toffolo, Pasolini e la verità del corpo , BeccoGiallo, Padova, 2021.
Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari , Garzanti, Milano, 1975.
Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane , Einaudi, Torino, 1976.
Filmografia essenziale: Accattone (1961), Mamma Roma (1962), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Comizi d’amore (1965), Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).
Documentari e fonti audiovisive: La macchinazione , regia di David Grieco, 2016; Pasolini – Un delitto italiano , Rai, 1995.
Intervista a Pier Paolo Pasolini, “Tempo”, 1968.

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